Samaneh Atef

Fuori Posto

Inaugurazione: Mercoledì 8 novembre 2023, alle 18.30

In mostra dal 9 novembre al 22 dicembre 2023

Dopo la tappa a Torino, alla galleria GliAcrobati, Samaneh Atef arriva a Milano alla galleria Maroncelli 12 con la mostra “Fuori posto”. L’artista iraniana (1989, Bandar Abbas, Repubblica islamica dell’Iran) presenta una ventina di lavori, in un ripetersi ossessivo di segni grafici sospesi tra il drammatico e fiabesco, che indagano la dimensione intima e profonda della donna e ne denunciano le ferite e gli abusi.

Samaneh studia Software Engineering Technology e cerca la propria indipendenza lavorando in un primo tempo come ingegnera, a fatica, in un contesto familiare e sociale spesso ostile. In un momento di depressione scopre la pittura di Frida Kahlo e come l’artista messicana abbia trasformato la sua vita e le sue sofferenze in un potente linguaggio visivo. E così inizia a dipingere, da autodidatta. Anche l’opera di Atef si concentra sulla donna ma ne elimina potere e femminilità. L’artista raffigura il femminino universale e tutte le difficoltà che ha dovuto affrontare. Il corpo nudo è sia un luogo di pena sia un’arma. L’enfasi su numerosi occhi si riferisce agli amuleti Nazar come simbolo di salvezza: l’occhio (blu) ha il potere di scongiurare l’occhio del diavolo. La sua arte non è compatibile con il regime dei mullah. Dopo l’arresto e il suo successivo rilascio, Atef è costretta a fuggire dal suo Paese. Dal 2020 vive in esilio a Lione, in seguito anche a un esilio interiore prima della sua fuga. Donna espatriata: il suo è un sentirsi “fuori posto” sia nella cultura artistica occidentale che la ospita sia rispetto al teocratico paese di provenienza dal quale è riuscita a fuggire.

“Tutto questo per dire anche dell’originalità di Samaneh – scrive la storica dell’arte Bianca Tosatti, nel testo in catalogo in galleria – prima di tutto perché nel suo lavoro ciò che appare negli squarci mnemonici della trance esprime sofferenze e dolori strettamente intrecciati al suo essere femmina: Femmina come corpo che sanguina, ferita che espelle interiorità ob-scene, destino generativo imposto e tradito, chirurgie e amputazioni. Ma anche femmina come soggetto collettivo, donna composta da un anonimo pullulare di donne, dai corpi innumerevoli … perché tutte le esperienze di grande profondità esigono intermittenze di pensiero rimuginato, di fatica e di dolore, ripetizione e ritorno”. E ancora: “infatti ecco la mano che torna a ripetere piccole tacche come le cucitrici ripetono i punti di ricamo il cui disegno generale non è controllabile, come nei tappeti in cui ogni cosa dice e nello stesso tempo cela, tutto è connesso, ogni cosa entra nell’altra in un tessuto in cui le falci della luna, le costellazioni, i viticci e i fiori, gli uomini e gli animali trapassano gli uni negli altri”.

Siamo onorati di aver portato in Italia, in collaborazione con la galleria GliAcrobati, il lavoro di questa artista che ci consente non solo di ammirare l’originalità delle sue creazioni ma anche di mantenere alta l’attenzione della comunità internazionale sulla crudele realtà della dittatura iraniana. A un anno dall’omicidio di Mahsa Amini per mano della polizia morale, un’altra giovane donna Armita Geravand, 16 anni, è stata ridotta in coma perché senza velo, solo alcuni giorni prima dell’assegnazione del premio Nobel per la Pace all’attivista per i diritti delle donne Narges Mohammadi, imprigionata dalle autorità iraniane dal maggio 2016. “Donna, vita, libertà” non è solo il grido di protesta delle donne iraniane ma il motto che facciamo nostro con questa esposizione.